Forum lesbico

Inter@genda

Il forum di elleXelle per discutere tra noi

ATTENZIONE: La registrazione automatica è attualmente disattivata. Per registrarvi, scrivete a: owner@ellexelle.it indicando il nick desiderato e la vostra email; vi verranno inviate le credenziali per accedere  al forum


o Registrati per creare messaggi e topic.

Montecristo

Ciao a tutte,

mi sono resa conto di non essermi presentata e rimedio alla mia piccola maleducazione. In passato ho frequentato soprattutto la chat e, pur leggendo spesso il forum, ho pensato, un po’ stupidamente, che essere già stata una frequentatrice della chat rendesse superflua una presentazione anche qui.

Per raccontare qualcosa di me parto dalle riflessioni che mi accompagnano in questo periodo e dal libro che sto rileggendo: Il conte di Montecristo, uno dei romanzi che amo di più.

Per chi non lo avesse letto, Edmond Dantès è un giovane innocente al quale vengono sottratti, per l’ambizione e l’interesse altrui, la libertà, gli affetti e molti anni di vita. Quando torna libero e dispone dei mezzi per farlo, costruisce la propria vendetta.

Ed è proprio da qui che cominciano le mie domande.

È relativamente facile condannare la vendetta in astratto, molto meno facile è farlo quando proviamo a guardarla dalla prospettiva di chi ha subito un’ingiustizia profonda. Allo stesso tempo, essere stati vittime di qualcosa ci autorizza a diventare qualsiasi cosa in risposta? E la vendetta può davvero restare circoscritta a chi riteniamo responsabile oppure, una volta messa in moto, finisce per coinvolgere anche degli innocenti e trasformare noi stessi?

Possiamo essere ferite e ferire, avere ragione e comportarci male proprio a partire dalla certezza di avere ragione, essere vittime in una situazione senza che questo ci renda tali in ogni altra. A volte il dolore può trasformarsi in una sorta di autorizzazione morale: mi è stato fatto questo, quindi ciò che provo, dico, penso, desidero o faccio in risposta è legittimo.

Dumas porta tutto questo a una dimensione enorme, ma il meccanismo che racconta è profondamente umano e credo sia riconoscibile anche nel piccolo, in comportamenti quotidiani che non hanno necessariamente a che fare con la vendetta. Reazioni che inizialmente nascono da una ferita o come forma di difesa possono ripetersi, consolidarsi e diventare una sorta di callosità comportamentale; qualcosa che all’inizio ci protegge, ma che con il tempo rischia di diventare parte del nostro modo di stare nel mondo.

E allora la domanda che continua a tornarmi in mente è: che cosa facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi?

Mi chiedo anche quanto gli eventi ci trasformino davvero e quanto, invece, possano diventare il catalizzatore di qualcosa che era già dentro di noi, offrendoci una ragione per esprimerlo e, qualche volta, persino per legittimarlo.

È anche per questo che amo i libri capaci di mettermi in difficoltà. Non perché mi diano necessariamente delle risposte, ma perché mi costringono a cambiare punto di osservazione e, qualche volta, a riconoscere aspetti di me stessa che preferirei non vedere. Trovo rassicurante e insieme destabilizzante accettare che possiamo vivere in quella zona grigia in cui non sappiamo sempre con certezza cosa sia giusto fare.

Quindi comincio a presentarmi così, con più domande che risposte.

Qualcuna di voi ha letto Il conte di Montecristo? E, per chi non lo ha letto, la domanda resta comunque aperta: quanto ciò che abbiamo vissuto ci trasforma e quanto, invece, rivela qualcosa che era già dentro di noi?

Cita da Luisa su 25 Settembre 2026, 07:49

Ciao a tutte,

mi sono resa conto di non essermi presentata e rimedio alla mia piccola maleducazione. In passato ho frequentato soprattutto la chat e, pur leggendo spesso il forum, ho pensato, un po’ stupidamente, che essere già stata una frequentatrice della chat rendesse superflua una presentazione anche qui.

Per raccontare qualcosa di me parto dalle riflessioni che mi accompagnano in questo periodo e dal libro che sto rileggendo: Il conte di Montecristo, uno dei romanzi che amo di più.

Per chi non lo avesse letto, Edmond Dantès è un giovane innocente al quale vengono sottratti, per l’ambizione e l’interesse altrui, la libertà, gli affetti e molti anni di vita. Quando torna libero e dispone dei mezzi per farlo, costruisce la propria vendetta.

Ed è proprio da qui che cominciano le mie domande.

È relativamente facile condannare la vendetta in astratto, molto meno facile è farlo quando proviamo a guardarla dalla prospettiva di chi ha subito un’ingiustizia profonda. Allo stesso tempo, essere stati vittime di qualcosa ci autorizza a diventare qualsiasi cosa in risposta? E la vendetta può davvero restare circoscritta a chi riteniamo responsabile oppure, una volta messa in moto, finisce per coinvolgere anche degli innocenti e trasformare noi stessi?

Possiamo essere ferite e ferire, avere ragione e comportarci male proprio a partire dalla certezza di avere ragione, essere vittime in una situazione senza che questo ci renda tali in ogni altra. A volte il dolore può trasformarsi in una sorta di autorizzazione morale: mi è stato fatto questo, quindi ciò che provo, dico, penso, desidero o faccio in risposta è legittimo.

Dumas porta tutto questo a una dimensione enorme, ma il meccanismo che racconta è profondamente umano e credo sia riconoscibile anche nel piccolo, in comportamenti quotidiani che non hanno necessariamente a che fare con la vendetta. Reazioni che inizialmente nascono da una ferita o come forma di difesa possono ripetersi, consolidarsi e diventare una sorta di callosità comportamentale; qualcosa che all’inizio ci protegge, ma che con il tempo rischia di diventare parte del nostro modo di stare nel mondo.

E allora la domanda che continua a tornarmi in mente è: che cosa facciamo di ciò che gli altri hanno fatto di noi?

Mi chiedo anche quanto gli eventi ci trasformino davvero e quanto, invece, possano diventare il catalizzatore di qualcosa che era già dentro di noi, offrendoci una ragione per esprimerlo e, qualche volta, persino per legittimarlo.

È anche per questo che amo i libri capaci di mettermi in difficoltà. Non perché mi diano necessariamente delle risposte, ma perché mi costringono a cambiare punto di osservazione e, qualche volta, a riconoscere aspetti di me stessa che preferirei non vedere. Trovo rassicurante e insieme destabilizzante accettare che possiamo vivere in quella zona grigia in cui non sappiamo sempre con certezza cosa sia giusto fare.

Quindi comincio a presentarmi così, con più domande che risposte.

Qualcuna di voi ha letto Il conte di Montecristo? E, per chi non lo ha letto, la domanda resta comunque aperta: quanto ciò che abbiamo vissuto ci trasforma e quanto, invece, rivela qualcosa che era già dentro di noi?

 

Ciao Luisa, e benvenuta nel Forum!

Ho letto il libro di Dumas tanti anni fa, e la domanda che poni è una delle questioni filosofiche più profonde che il romanzo solleva e che, in realtà, tocca da vicino la psicologia umana.

Io penso che il trauma non crei qualcosa dal nulla, ma funga da catalizzatore per quel “lato oscuro” che è presente in tutti noi. Tutti siamo potenziali vendicatori e tutti possiamo trasformarci da agnelli in lupi feroci. E’ ciò che risiede nel profondo della nostra anima che può porre un limite alla metamorfosi e fermarci prima di compiere atti estremi oppure lasciare liberi “i mostri dell’Es”, la parte più primitiva, ancestrale e biologica della nostra mente.

Questo, forse, spiega perché il medesimo trauma porta a conseguenze “diverse” da persona a persona. I segni sono sempre profondi e dolorosi ma ciò che poi si diventa non è uguale per tutti.

C’è chi trama vendette proporzionali al trauma subito, chi cerca di trasformare il trauma in una sfida per evolvere e chi si vendica per una macchina parcheggiata 10 minuti davanti al passo carraio.

Io invece non mi vendico per pigrizia.

Quando qualcuno fa del male a chi voglio bene, soprattutto in quel caso, provo un forte desiderio di fargliela pagare nei modi più creativi, ma poi non faccio nulla e uso le mie forze per aiutare la vittima.

Non so, anche se comprendo bene ciò che muove un angelo vendicatore, tendo a considerare la vendetta uno “spreco di energie”. Perché devo fare tutta sta fatica se tanto ci pensa il Karma a punire?

Io sono convinta che il male torni sempre al mittente perché l’ho visto succedere molte volte, quindi mi siedo sulla riva del fiume e aspetto che passi il cadavere….

🙂 LLC

Ci sono agnelli che azzannano alla gola. Fidati dei lupi. Se volete scrivermi: kenebia@libero.it

Purtroppo non posso vantare la tua forma di saggezza, non sono pigra, sono solo totalmente sprovvista del talento necessario. Dopo vent’anni passati a ordire una vendetta perfetta, finirei per confessare tutto alla persona sbagliata al primo aperitivo